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venerdì 21 gennaio 2011

Il laboratorio come scoperta!

Cos'è il laboratorio?
 “…il piacere del movimento, del fare, dello stancarsi, del vedere, del toccare, dell’osservare ,del riflettere, del fermarsi per riposare, del guardare l’altro fare, aspettando che il desiderio mi conquisti, mi avvolga, mi invada.”

Questo è il laboratorio, una dimensione che non ha spazio, non ha tempo e non ha età e che permette a chiunque di mostrare le proprie competenze e di acquisire nuove abilità e contenuti. L’insegnante deve essere bravo sia nell’attrarre l’attenzione dei bambini e creare situazioni didattiche seducenti sia a capire come comportarsi con ognuno puntando sulle capacità degli studenti. Partecipare al laboratorio implica un desiderare l'altro,
 sentirsi apprezzati, avere un ruolo utile nel gruppo classe. Ogni laboratorio ha un progetto di base con uno scopo ma è bello gustarsi le atmosfere preparatorie senza puntare direttamente all’obiettivo da raggiungere. È importante capire che il laboratorio non è un incontro tecnico per acquisire conoscenze ma è un esperienza dove ogni odore, rumore, movimento diventa importante per la scoperta e l’avventura nel mondo dell’emozione di conoscere. Non devono esistere programmi rigidi da rispettare perché rompono la magia, la curiosità, il desiderio di lasciare il segno della proprio passaggio. Non esistono bambini-contenitori da riempire di nozioni ma esistono bambini-protagonisti attivi nei processi di apprendimento. È importante che i bambini commettano i propri sbagli perché questo li aiuterà ad acquisire autonomia per saper gestire eventuali fallimenti che avranno in futuro. Inoltre è fondamentale che genitori, insegnanti, educatori non rimproverino mai i bambini quando hanno appena avuto un insuccesso:
“Perché l’hai fatto? Te l'avevo detto che non sei ancora abbastanza grande per fare questa cosa!!”,
ma sarebbe utile cercare di fornire loro spiegazioni tecniche, di fornire dei suggerimenti che possano essere d’aiuto ai bambini per imparare a valutare se quel determinato obiettivo è raggiungibile o meno.

giovedì 20 gennaio 2011

PETER PAN: il bambino che non voleva crescere

Quando il primo bambino sorrise per la prima volta, il suo riso si spezzò in mille frantumi che si sparsero saltellando da tutte le parti… e quella fu l’origine delle fate!
James Barrie, dal libro “Le avventure di Peter Pan”


La vita di James Barrie, l'autore di Peter Pan, è stata una vita intensa, particolare, talmente tanto significativa che è stata fonte di ispirazione per me e per questo post, che, anche se non parla di tematiche scolastiche o propriamente dell'infanzia, è comunque importante perchè Barrie è un artista che sa perfettamente cosa significhi essere un bambino che non diventa adulto che sia Peter o che sia James, a nostra discrezione.
Peter Pan infatti è James Barrie, che, per le dolorose esperienze personali, si rendeva perfettamente conto di cosa potesse significare realmente un bambino che non sia divenuto adulto. Settimo di otto figli, James a sei anni era un bambino normale, nè particolarmente intelligente o buono: l'attenzione di tutta la famiglia era infatti concentrata sul figlio maggiore di 12 anni di James, David. Ma alla vigilia del suo quattordicesimo compleanno, David rimase vittima di un incidente di pattinaggio e la madre si rinchiuse in camera da letto per un anno, rifiutandosi dapprima di mangiare e poi di parlare. Nei mesi che seguirono, James trascorse molte delle sue giornate al capezzale della madre e iniziò a concepire il desiderio di prendere il posto del fratello e le promise di renderla fiera. Barrie in effetti mantenne la promessa, divenne celebre, ma soprattutto divenne com'era David prima della sua morte. Infatti, anche invecchiando, Barrie non crebbe mai realmente: per tutta la vita rimase un ragazzo ai limiti dell'adolescenza che traeva tantissimo piacere da giochi e storie infantili, ma la somiglianza ad un bambino era ben più che psicologica! Barrie aveva davvero l'aspetto di un bambino: snello e giovanile, intorno al metro e cinquanta d'altezza, tanto che nelle foto che lo ritraggono quando aveva circa trent'anni sembra essere un tredicenne che sfoggia un paio di baffi finti e, oltre questo, sembrava incapace di amore fisico. Sul piano intellettuale però era un grandissimo scrittore: a venticinque si trasferisce a Londra e scrive la "saga" di Tommy Sandys, protagonista di due suoi romanzi, anch'egli un bambino che non riusciva a crescere. Tommy "adorava talmente l'infanzia da non poter diventare un uomo neppure dopo molti anni" e dunque, non solo è un eterno bambino, ma è anche uno scrittore di successo, esattamente come Barrie!!! Tommy però è anche un bugiardo, un visionario che ancora prima dei dieci anni prende parte ad un banchetto di beneficenza fingendosi un delinquente minorile pentito e se ne convince egli stesso! E Tommy non cambierà mai nemmeno da adulto!
Quattro anni dopo Barrie torna a raccontare la sua storia, non più con Tommy come protagonista: ma inverte tutto completamente! Da Tommy, ragazzo incapace di diventare un uomo, il protagonista si trasforma in un ragazzo che si rifiuta di diventarlo: PETER PAN!!! 
Peter Pan prende vita dalla più profonda relazione che Barrie ebbe nella sua vita, quella con la famiglia Davies, che cominciò una mattina al parco quando portò insieme a lui il suo San Bernardo, Porthos. George e Jack Davies avevano allora cinque e quattro anni, erano accompagnati da una bambinaia e dal fratellino più piccolo Peter e fecero subito amicizia con lo scrittore. Per loro Barrie era un amico fantastico: inventava giochi e raccontava storie bellissime di magnifici personaggi, uno dei quali era Peter Pan, un bambino scappato via a volo dalla sua casa perchè non voleva diventare grande! Barrie fu presto presentato anche ai genitori dei piccoli Davies, Sylvia (di cui James si innamorò) e Arthur (a cui Barrie non andava affatto a genio), e piano piano divenne assiduo frequentatore della famiglia che comprendeva già tre maschietti ai quali se ne sarebbero presto aggiunti altri due. I ragazzi erano incantati da James che per loro era un fratello maggiore straordinario, che inventava un sacco di giochi tanto che le sue visite si fecero presto quotidiane. Intanto Barrie aveva intrapreso anche la carriera di commediografo.
Peter Pan, semplificando al massimo, è un riassunto di tutte le storie raccontate ai piccoli Davies e dei giochi inventati e fatti con loro. L'isola che non c'è è il posto fatato dove tutti questi giochi e tutte le storie possono riprendere vita ancora una volta!
Peter Pan è un allegoria dei rapporti che Barrie nutrì con la famiglia Davies e non è un caso che i protagonisti della storia abbiano i nomi dei suoi componenti. Il nome di Wendy fu scelto da Barrie in ricordo di una bambina di nome Margaret morta a sei anni che si diceva sua amica, "friendy", ma non riuscendo a pronunciare le consonanti il risultato era "wendy". La signora Darling era molto probabilmente Sylvia Davies che Barrie amava e ammirava anche come mamma ideale, ma anche Mary, la ex moglie dello scrittore che lo aveva lasciato. Il signor Darling era invece un tiranno ipocrita ed era sicuramente un riferimento ad Arthur Davies (N.B. L'attore che interpretava il signor Darling e Capitan Uncino era lo stesso). Ed è interessante notare anche che il nome di Capitan Uncino era lo stesso dell'autore: James!
In Peter Pan numerosi autori hanno rivisto un'incarnazione di Barrie, per sempre giovane, compagno straordinario di giochi infantili, che però è anche ciò che Barrie non avrebbe mai potuto essere: un vero e proprio bambino. Altri rivedono in Peter proprio David, il fratello di James, che non può invecchiare e vive insieme ai Bimbi Sperduti. 
Il coccodrillo che insegue il Capitano, poi, è una delle figure più simpatiche e allo stesso tempo cupe di tutti i tempi: ha ingoiato una sveglia che dal suo corpo emette un incessante ticchettio! Il Tempo insegue inesorabile tutti noi, infatti, tranne Peter Pan. Ed è un simbolo angosciante per chi si aggrappa alla propria infanzia e giovinezza perdute.
La vera battaglia tra Peter e Uncino è poi quella per il possesso di Wendy: entrambi la vogliono come mamma, il primo per sè e per gli altri Bimbi Sperduti, il secondo sempre per sè stesso e per gli altri pirati! In Peter Pan tutti i desideri si realizzano, i Bimbi Sperduti alla fine vengono tutti adottati dalla famiglia Darling.

Se Peter Pan termina con il ritorno dei bambini a Londra, nella realtà la storia ebbe un esito molto strano! Ad Arthur Davies, il padre dei bambini, nel 1906 venne diagnosticato un cancro e morì nel giro di un anno, lasciando moglie e cinque figli praticamente senza soldi per vivere. Ormai ricco, Barrie prese il posto di Arthur divenendo compagno e sostegno per la famiglia. Lieto fine? Solo per qualche anno... I bambini erano ora finalmente suoi, ma non sarebbero rimasti per sempre ragazzi come Peter. Presto crebbero e non ebbero più l'età nè la voglia di giocare ai pirati con James e provavano quasi fastidio al pensiero che quello strano ometto pagasse i loro studi all'università. Nel 1910, poi, Sylvia morì e qualche anno dopo George, il figlio maggiore, rimase ucciso durante la prima guerra mondiale e Peter, l'altro figlio, venne rimandato a casa a causa di uno shock da bombardamento. Alla fine della guerra Barrie era ancora famoso e gli venne l'idea di scrivere una nuova commedia ma cominciò a soffrire di crampi e dolori al braccio e alla mano destra (è strano pensare che la mano destra fosse anche la mano sostituita da un uncino al capitano) e poichè gli era difficile dettare, iniziò a pensare che la sua carriera fosse giunta alla fine. Fortunatamente non si perse d'animo e imparò a scrivere con la mano sinistra e compose Mary Rose che nel 1920 ebbe un grandissimo successo. Morì a Londra nel 1937.

E' una vita straordinaria, un autore ai limiti del credibile! E quando penso a lui, mi piace pensare che adesso, ovunque egli sia, possa essere come Peter Pan nella sua Isola Che Non C'è e che abbia ritrovato, finalmente, i suoi pensieri felici!


Bibliografia:
"Non ditelo ai grandi", Alison Lurie, Arnoldo Mondadori Editore, 1993

martedì 18 gennaio 2011

SINDROME DI DOWN! Una ricerca...

Durante il corso di Pedagogia Speciale tenuto dal professor Nicola Cuomo, una delle lezioni ha riguardato le differenze tra i bambini normodotati e i bambini affetti da Trisomia 21.
In particolare abbiamo visionato delle ricerche che facevano vedere e notare praticamente queste differenze.
I bambini affetti da Sindrome di Down, infatti, presentano delle difficoltà nel collegare tra loro i circuiti dei vari sistemi sensoriali che abbiamo: quello visivo, uditivo, tattile, gustativo ed olfattivo.
La ricerca infatti prendeva come esempio due bambini di circa 6 mesi (un normodotato e uno con Sindrome di Down) durante il pasto. Ad entrambi i soggetti venivano proposti 2 tipi di pappe, una rossa (che piaceva molto) ed una verde (che invece non piaceva).
Il bambino normodotato veniva imboccato con la pappa rossa e  la mangiava tranquillamente con gusto. Arriva però il momento in cui gli viene data la pappa verde: alla prima cucchiaiata il bambino reagisce normalmente, non piange e non rifiuta la pappa. Alla seconda cucchiaiata il bambino però, vedendo che la pappa era quella verde e associando il colore al gusto che non gli piaceva, il bambino serra la bocca e non accenna a riaprirla per accettare la pappa se non quando la pappa verde è stata sostituita con quella rossa . Successivamente, quando al bambino viene proposta nuovamente la pappa verde, ancora una volta la bocca viene chiusa e riaperta solo per accogliere la pappa rossa. Gli occhi del bambino sono concentrati sul piatto e sul movimento del cucchiaino, le orecchie colgono il suono che questo fa toccando il piatto, il naso coglie gli odori della pappa. Il sistema gustativo attiva nel bambino tutti gli altri sistemi sensoriali. 
Ripetendo la stessa cosa sul bambino affetto da Sindrome di Down, vediamo che il bambino è altrettanto tranquillo mentre mangia la pappa rossa. Al primo assaggio di quella verde, il bambino rimane indifferente esattamente come l'altro bambino, ma quando la pappa verde gli viene riproposta lui non la rifiuta, ma l'accetta e quasi immediatamente, riconoscendo il sapore non amato, si mette a piangere fino a quando non gli viene data la pappa rossa. Anche riproponendo ancora una volta al bambino la pappa verde, questo non la rifiuta, ma l'accetta sempre e risponde con le lacrime ogni volta che gli viene data. Il bambino con Sindrome di Down, infatti, non guarda il piatto e il colore delle pappe riuscendo così a distinguere quella amata da quella non amata. Nel bambino è attivo solo il sistema gustativo che non interviene attivando anche gli altri sistemi sensoriali. Mentre lui mangia, gli occhi sono concentrati altrove, le orecchie pur udendo il suono del cucchiaio non lo colgono unendolo alla stimolazione gustativa che riceve. 
Quali sono le strategie che possiamo utilizzare ogni giorno perchè si attivi la stimolazione sensoriale partendo da un solo circuito sensoriale? Cercare di collegarli tra loro il più possibile. Come? Rendendogli queste cose il più comunicative e palesi possibile! "Com'è buona questa pappa!!! E che bel colore ha: è ROSSA (stimolazione visiva)!! E sentiamo, è calda o fredda? E' calda (stimolazione tattile, bisogna che il bambino senta sulla pella la temperatura della pappa!)! E sentiamo che buon profumo ha! Che buono, sa di pomodoro (stimolazione olfattiva, quando il bambino sentirà l'odore e lo abbinerà a quello che sta mangiando!)!!!" Ovviamente questo tipo di atteggiamento è da tenere in ogni approccio con il bambino, stando però attenti a non bombardarlo di troppe informazioni sconnesse tra loro!
Il mio suggerimento d'approccio voleva essere soltanto un piccolo esempio del comportamento da tenere: lungi da me definirmi un'esperta nel settore! Consiglio comunque, per maggiori informazioni o richieste particolari su questo e altri argomenti di rivolgersi al professor Nicola Cuomo e collaboratori e di visionare il sito web: http://www2.unibo.it/emozione/

giovedì 13 gennaio 2011

IL MEGLIO E IL PEGGIO DELLA SCUOLA!

Ho trovato questo bellissimo video in cui lo scrittore Domenico Starnone elenca il meglio e il peggio della scuola!
Una sola parola: INDIMENTICABILE!!!             Buona visione!




La scuola peggiore si limita ad individuare capacità e meriti fin troppo evidenti.
La scuola migliore scopre capacità e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero.

La scuola peggiore è quella che esclama: "Menomale! Ne abbiamo bocciati sette! Finalmente abbiamo una bella classetta!"
La scuola migliore è quella che dice: "Che bella classe! Non ne abbiamo perso nemmeno uno!"

La scuola peggiore è quella che dice: "Qui si parla solo se interrogati".
La scuola migliore è quella che dice: "Qui si impara a fare domande!".

La scuola peggiore è quella che dice: "C'è chi è nato per zappare e c'è chi è nato per studiare!"
La scuola migliore è quella che dimostra: "Questa è un'idea veramente stupida!"

La scuola peggiore è quella che preferisce il facile al difficile.
La scuola migliore è quella che alla noia del facile oppone la passione del difficile.

La scuola peggiore è quella che dice: "Ho insegnato la matematica io?" -Si. "La sai la matematica tu?" -No. "Tre! A posto!"
La scuola migliore è quella che dice: "Mettiamoci comodi e vediamo dove abbiamo sbagliato".

La scuola peggiore è quella che dice: "Tutto quello che impari deve quadrare con l'unica vera religione: quella che ti insegno io!"
La scuola migliore è quella che dice: "Qui si impara solo ad usare la testa!"

La scuola peggiore rispedisce in strada che doveva essere tolto dalla strada e dalle camorre.
La scuola migliore va in strada a riprendersi chi le è stato tolto!

La scuola peggiore dice: "Ah, com'era bello quando i professori erano rispettati, facevano lezione in santa pace, promuovevano il figlio del dottore e bocciavano il figlio dell'operaio!"
La scuola migliore se li ricorda bene quei tempi e lavora perchè non tornino più!

La scuola peggiore è quella in cui essere assenti è meglio che essere presenti.
La scuola migliore è quella in cui essere presenti è meglio che essere assenti!

mercoledì 12 gennaio 2011

"Maestra, fammi capire!!!"

Filastrocca delle maestre
 
Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
- Col tempo ti insegnerò tutto.
Insegnami fino al profondo dei mari
-Ti insegno fin dove tu impari.
Insegnami il cielo, più su che si può
-Ti insegno fin dove io so.
E dove non sai? - Da lì andiamo insieme.
Maestra e scolaro, un albero e un seme.
Insegno ed imparo, insieme perchè
Io insegno se imparo con te.
 
Bruno Tognolini
 
 
Gli insegnanti hanno una grossa influenza sui loro alunni, in particolare quelli della scuola dell’infanzia e della primaria perché nei primi dieci anni di vita i bambini hanno una estrema plasticità cognitiva e assorbono tutto ciò che viene loro insegnato. Questi primi anni sono i più importanti perché proprio in questo periodo i bambini devono formarsi la base che servirà loro dopo per acquisire nuove conoscenze. Ma l’educazione che viene impartita a scuola non deve basarsi solo sull’alfabetizzazione perché questo significherebbe trattare i bambini come delle macchina che passivamente immagazzinano informazioni che poi saranno utili solamente per interrogazioni e compiti in classe per poter ottenere un buon voto. Insegnare non significa far ripetere al bambino le nozioni fino allo sfinimento ma farli ragionare sullo quello che viene loro insegnato. L’insegnante del futuro ha una grande responsabilità: intervenire oggi proiettando nel futuro i percorsi educativo-didattici. Bisogna far si che il bambino possa crescere e possa esser capace di avere delle proprie idee, avere un’architettura mentale flessibile, aperta e attenta. Bisogna approfittare della plasticità mentale dei bambini che è fino ai 10 anni e in questi anni far evolvere e maturare gli originali potenziali cognitivi e affettivi. E’ importante che i bambini non apprendano solo i contenuti elementari come leggere, scrivere, far di conto ma che capiscano l’importanza di quello che imparano, quindi il loro utilizzo nella vita pratica e questo faciliterà in loro la nascita delle emozioni e del desiderio di conoscere.

venerdì 7 gennaio 2011

La DISCONFERMA: "Tu NON ESISTI!"

Dobbiamo entrare nell'ottica delle idee che non possiamo non comunicare!!! E' impossibile che le persone attorno a noi non percepiscano qualcosa che "stiamo dicendo" inconsapevolmente! Anche il silenzio comunica: se leggiamo un libro o ascoltiamo musica con le cuffie nelle orecchie mentre siamo in autobus, ad esempio, stiamo comunicando che non vogliamo essere disturbati; se siamo in silenzio, ma continuiamo a guardare l'orologio ogni tre minuti, comunichiamo di essere in ansia o di essere impazienti!
Non si può non comunicare!!! 

Detto questo, ci sono diverse modalità di comunicazione e occorre prestare molta attenzione nei colloqui con i bambini in quanto possiamo incappare in alcuni tranelli.

La Conferma avviene quando il ricevente della comunicazione prende in considerazione l'altro e ciò che ha voluto dirgli e pertanto può rispondere e prendere una posizione a riguardo. Attenzione: la conferma non vuol dire per forza essere d'accordo con quanto detto dall'altro, perchè anche un rifiuto, un "no" comunica di aver preso atto della comunicazione, comunica di aver "accettato" l'altro.

La Negazione avviene quando alla comunicazione proposta, il ricevente risponde con un rifiuto. Per quanto questo possa essere doloroso, esso presuppone comunque il riconoscimento (anche se limitato) dell'altro.

La Disconferma avviene quando il ricevente della comunicazione ignora, non ascolta, non vede l'emittente anche se questo fa di tutto per farsi notare. La disconferma in realtà dice: "Tu per me non esisti!". Manca perciò, in questo tipo di comunicazione ogni possibilità di discussione. Non solo si nega il messaggio dell'emittente della comunicazione, ma addirittura si nega la sua esistenza.
Possiamo capire ciò che questo può rappresentare per un bambino che difronte all'adulto si sente privo della propria personalità, di ogni capacità di poter modificare la situazione. Il bambino non riceve alcun aiuto nel definirsi come persona!!!

Vorrei riportare, per essere più chiara, un esempio di disconferma che ho letto su uno dei libri che sto studiando:

N.B. L'esempio sotto riportato è un riassunto dell'evento descritto nel libro presente nella bibliografia.

Ci troviamo nei primi giorni di scuola di una prima elementare e il maestro cerca di ridimensionare il caos che si è creato soprattutto a causa di K. che sembra stia tenendo uno show per i suoi compagni che per tutta risposta ridono per ogni suo comportamento. Queste risate fanno arrabbiare moltissimo il maestro che dice: "Mi hai veramente stancato, se non ti interessa stare qui puoi uscire, anzi io vorrei proprio che tu stessi qui fuori", così va ad afferrare K. per un braccio cercando di portarlo fuori dall'aula, ma lui si oppone e il maestro riprende: "Allora se vuoi stare qui smettila di fare il pagliaccio e il maleducato, e voi - rivolgendosi agli altri bambini - fate finta di non vederlo, K. non esiste, non parlategli e non guardatelo, io faccio finta di non sentirlo nè vederlo, visto che ogni volta che gli chiedo di smettere lui fa finta di non sentirmi, anche io farò finta che lui non sia in questa classe!".
Qualche giorno dopo in classe vi è di nuovo caos e K. dà una spinta ad un suo compagno che cade per terra così il maestro lo caccia via dall'aula e lo manda in bagno intimandogli di restarci fino a quando lui non lo avrebbe richiamato. K. esce fuori dall'aula saltellando, tentando di non perdere la faccia davanti ai suoi compagni. Una volta fuori i compagni ridono e il maestro dice: "Ho detto che K. non esiste, dovete far finta di non sentirlo."
Dopo circa un quarto d'ora il maestro va a chiamare K. e lo trova in bagno: il bagno è allagato, l'acqua è giunta fino in corridoio, uno dei rubinetti del lavandino è aperta e K. ha la camicia tutta bagnata e continua a ridere forzatamente. Gli altri bambini scoppiano a ridere alla sua vista ed uno di loro gli mostra sostegno. Il maestro, senza dire nulla, lo conduce al suo posto.
K. allagando il bagno e bagnandosi, ha riguadagnato ed esteso la sua visibilità, in risposta al "TU NON ESISTI".


Bibliografia:
"Le buone prassi tra il dichiarato e l'agito", Nicola Cuomo ed Elisabetta Bacciaglia, AEMOCON Emozione di conoscere BO 2005 - www.unibo.it/emozione

mercoledì 5 gennaio 2011

"Devi imparare adesso: PER FORZA!": Quando le loro capacità diventano le nostre ambizioni...

Perché costringere i bambini a esercitarsi in un’abilità che non sanno fare? Perché sottolineare l’errore, il deficit, la debolezza, il “non sei capace di fare questo”? L’unico risultato è che il bambino ottiene una serie di insuccessi che invece di sviluppare in lui l’emozione di conoscere e la voglia di apprendere nuove attività, lo demoralizza, lo fa sentire inutile e incapace di fare qualsiasi cosa un adulto (a cui di solito tiene molto anche affettivamente) gli proponga. Lo fa sentire diverso e magari inferiore agli altri bambini che invece sono capaci di eseguire la richiesta. Solitamente per sviluppare nel bambino delle abilità in cui manca, vengono utilizzati esercizi ripetitivi e noiosi che inevitabilmente vengono eseguiti in modo svogliato o addirittura rifiutati. Se si vuole attrarre l’attenzione del bambino, se si vogliono sviluppare le sue capacità senza correre il rischio di demoralizzarlo, questo è sicuramente il modo sbagliato. Invece, implicando il bambino in attività che gli riescono bene, sarà molto contento di eseguirle e mostrando le sue doti, si sentirà apprezzato quando riceverà un “bravo” al posto dei “non si fa così”. In questo modo si potranno potenziare in modo globale le capacità e le competenze cognitive del bambino e quindi migliorare la plasticità del cervello. Tutto ciò  faciliterà il bambino nell’acquisizione di competenze che faceva difficoltà ad acquisire. I bambini vanno osservati nei “sa fare” dando loro la possibilità di mostrare la propria bravura e proprio su questo l’insegnante progetterà un itinerario educativo-didattico. La cosa più importante è non soffermarsi sui deficit di un bambino, ma sui SA FARE, partire dalle minime competenze per poi svilupparne delle nuove costruendo così un bagaglio di conoscenze più ampio. Importante è saper osservare e saper attendere che il bambino faccia il suo corso senza anticipare i tempi.
Ad esempio non si può costringere un bambino che ancora non riesce a tenere bene la penna in mano a scrivere: i suoi insuccessi finirebbero per demoralizzarlo e magari verrebbe ingiustamente etichettato come svogliato, pigro. Sarebbe invece più giusto implicarlo in attività manuali che servono per farlo esercitare pian piano, come tagliare, impastare, incollare e che gli permetteranno di acquisire più manualità in modo da rendergli più maneggevole l'uso della penna.